Versione italiana : Accueil : Présentation : Traductrices : Exemples : Liens : Contacts

Lettre à Sylvano Bussoti

Texte de présentation de l’album “il Catalogo è questo” du compositeur Sylvano Bussotti, édité par Timpani. Surprise par le caractère hirsute de cette lettre-hommage, j’ai appelé l’éditeur qui m’a répondu : “vous savez, la musique de Bussotti c’est bien pire encore”...

Caro Sylvano,

 

Ho finalmente ascoltato nella sua interezza il tuo monumentale ciclo sinfonico Il Catalogo è Questo. Devi subito scusarmi se uso un aggettivo così facile e così scontato, “ monumentale”, tante volte adoperato per la tua musica. Monumentale è il pianistico Pour clavier, monumentale il melodramma in cinque atti Lorenzaccio (tratto dal dramma teatrale di Alfred de Musset), monumentale è la quantità stessa delle tue composizioni: quante volte, scherzando, hai detto, anche pubblicamente, di aver scritto “ troppo”? Così come anche questa lunga composizione orchestrale (ti cito ancora) chiarisce un concetto di classificazione in uno spirito da collezionista e bibliofilo, che mi fa suddividere in tomi ordinati, disciplinandone successivamente la materia, un progetto grandioso, dispendioso e definitivo.

Quante nostalgie, Sylvano, quanti ricordi! (“che speranze, che cori, o Silvia mia!”).

Col titolo di Opus Cygne (se lo pronunci tutto di fila sembra russo di Ciaikovskij; sarà un caso?!) venne creato a Donaueschingen nel 1979; due anni prima, quand’eri direttore artistico del teatro “La Fenice” di Venezia (ed io, ragazzino col nonno, venivo ad applaudire i tuoi spettacoli danzati superbamente da Rocco), ti colpì l’orecchio una facile, graziosa melodia, il Ballet d’Isoline di André Messager (che i danzatori usavano come esercizio) e che orchestrasti in modo del tutto personale (non è qui la sede per esaminarne i dettagli) poiché Opus Cygne doveva diventare un balletto. Il titolo era infatti dello scrittore Pierre Combescot, ma la trama del balletto non ti piacque, assolutamente (se non te le ricordi, ci penso io: quelle furono le tue precise parole alla conferenza stampa all’ateneo veneto). E così Opus Cygne arretrò a sottotitolo. Era nato Il Catalogo è Questo che venne eseguito, già in una sua prima parziale forma tripartita (come una sinfonia barocca) il 29 settembre 1980 (a dire il vero avrebbe dovuto essere eseguito il giorno prima, ma ricordo che, con mossa tipicamente all’italiana, l’orchestra scioperò e l’esecuzione fu rimandata), nella chiesa di Santo Stefano a Venezia, della cui acustica troppo rimbombante tu non fosti per niente soddisfatto.

Comunque sia Il Catalogo è Questo aveva già il suo titolo definitivo e il motivetto di valzer, preceduto dalle volute del flauto di Roberto Fabbriciani, da un severo corale di ottoni e da una cadenza di viola (che poi divenne Nudo Disteso per Augusto Vismara) incominciava a danzare sotto le volte troppo risonanti della chiesa.

Io sedevo imperterrito in prima fila accanto al fido nonno (e tu te lo ricordi bene, Sylvano; ci fu in seguito uno scambievole rapporto di particolare simpatia e tu lo vedesti fino a tre giorni prima della sua scomparsa…). Dopo quell’esecuzione (e perdonami se vengo ora a rammentarti un particolare aneddoto più degno di un giornaletto scandalistico), “Rara” in persona, forse di malumore, - non eravate, allora, in rapporti se non poco più che formali - ti apostrofò in maniera agrodolce, incurante del minaccioso completo in pelle negra che vestivi, “… ma Sylvano, stai facendo l’accademia di te stesso!”.

La tua riposta fu da musicista.

Estrapolasti le cadenze del flauto e ne nacque Accademia, per flauto e pianoforte; per mia fortuna, perché fu proprio accompagnando il flauto di Roberto Fabbriciani e la danza di Rocco all’Estate Fiesolana l’anno successivo che entrai a far parte della compagnia Bussottioperaballet.

Ma il valzer di Messager che apriva Opus Cygne evidentemente (è troppo facile dire proustianamente) ti volteggiava intorno come un pipistrello (operetta che contiene un altro celebre valzer). Un mattino d’autunno del 1983, a Lugano, mi mettesti sul leggio una pagina pianistica da suonare quella sera stessa. S’intitolava Versione dal francese e - stupore! - era pari la trascrizione pianistica del valzer, così come l’avevi elaborato nel Catalogo, irto delle stesse acciaccature, abbellito dalle stesse appoggiature, a tratti seminascosto dalle stesse serie di dodici note. Ferruccio Busoni avrebbe detto che l’avevi “disorchestrato”. Ma l’originale di Messager era oramai lontano, si era darwinianamente evoluto per diventare qualcosa di più complesso adattabile ai secoli futuri. Poi altre nostalgie, e profonde. Una esecuzione magnifica dell’orchestra di Radio-Tele Luxembourg, nel 1985, per la bacchetta di un amico carissimo, Massimo De Bernart, genio e sregolatezza, entrambi lo abbiamo perso per sempre, Sylvano (e lasciami ancora ricordare quella serata, per una mia deplorevole debolezza narcisistica, poiché nella prima parte del lungo programma interpretai il monumentale Pour clavier, ricevendone un’entusiastica recensione su Le Monde e fu quello il mio primissimo successo internazionale). Non enumero tante altre volte, anche se lo vorrei tanto: almeno la serie dei brani dedicati a Paganini (Paganini e Capriccio e Castigo) e poi nessuno sembra ricordarsi che l’ultimo concerto che fece l’orchestra della Rai di Milano prima di sciogliersi definitivamente (perché per la politica italiana - tutta, Sylvano, tutta, andiamo via! - la vera musica, quella che Pollini in una rarissima - l’aggettivo è nel tuo gusto - apparizione televisiva ha detto che “fa bene”, invece non conta nulla), dicevo, le ultime note che l’orchestra della Rai di Milano suonò furono proprio quelle immaginifiche de Il Catalogo è Questo. Immaginifiche. Sì, ho detto immaginifiche. Perché ascoltare quelle esecuzioni fu per me proprio come tu dici del tuffarsi in un mare (“l’intensità dell’onda sonora”, simile “all’esplosione accecante della luce” di quando “nei cavalloni più infuriati di un mare d’agosto (…) inebriava la sensazione di venire sommersi, soffocare, annegare…”, a proposito del movimento intitolato Derrière la lumière di quest’ampia “pulsione sinfonica”).

In una situazione quasi onirica, anche, deposte accanto a me le partiture, ho ascoltato e riascoltato i brani successivi de Il Catalogo, purtroppo non dal vivo ma da fedele registrazione. “Inutile spiegare”, sei tu che lo dici, di quei titoli e sottotitoli le minuzie private anche se ad un conoscitore della tua musica non sono mancate le sorprese, qui e là (Sandro Penna… “D’improvviso / balzano - giovani isolotti - i sensi”). Ogni tanto dal bosco d’orchestra si spuntava all’improvviso nella radura di situazioni già da te dipinte per i tuoi melodrammi: “ero ancora tanto piccolino…” ma veramente: quell’ingenuo valzer fu concepito negli anni Quaranta per lo spettacolo Arlechinbatocieria o dove alla commovente pienezza di zone d’archi e ottoni che echeggiavano Mahler o Berg, si riascolta in frantumi il valzer di Messager, riorchestrato come quando lo inseristi (“tema dell’acquaiolo”) cantato da una voce bianca nell’opera L’Ispirazione al Maggio Musicale Fiorentino (naturalmente lo so perche c’ero anch’io tra i piedi, in scena, e sedevo alternativamente al cembalo e al grancoda, continuamente disturbato da un cappello enorme che non mi lasciava vedere il direttore d’orchestra.

E impossibile, Sylvano caro, ascoltare la tua musica e non avere visioni (per questo quasi sempre accanto ad essa s’impone quale elemento parallelo, quello coreografico). Anche alla fine ho avuto un sussulto nel riascoltare, anzi nel rivedere, mentre gradualmente alle voci d’orchestra subentravano quelle umane, gli echi, mi piacerebbe dire portati dal vento della notte (perché tale era la mia immagine) delle furie del tuo Tieste.

Una musica complesa, ricca di fascino, un linguaggio musicale originale e lontano sia dai recuperi (termine che faceva orrore a Luigi Dallapiccola) storici, sia dalle mode più attuali e caduche. Lascio a te la parola: “Siamo più che convinti dell’incompatibilità totale fra linguaggi morti del passato e sintassi vivente”.

Ho voluto scriverti tutto questo, anche per gli ascoltatori di questi dischi.

Fatica sprecata: Webern sosteneva che nessuna spiegazione potrà mai sostituire la viva esperienza dell’ascolto.

Ma da strumentista che da trent’anni si applica sulle tue partiture, lasciami dire che la loro interpretazione non è soltanto un fatto di mera tecnica strumentale - anche se spesso particolarmente arduo - ma un’operazione eminentemente spirituale, dove a rifulgere è la tenacia di una scrittura caricata di tutto il senso del proprio vivere.

Cher Sylvano,

 

J’ai enfin écouté dans son intégralité ton cycle symphonique monumental Il Catalogo è Questo. Je te prie de m’excuser si j’utilise un adjectif aussi facile et aussi galvaudé, « monumental », tant de fois employé pour décrire ta musique. Pourtant, l’œuvre pour piano, Pour clavier est bien monumentale, tout comme Lorenzaccio, mélodrame en cinq actes tiré de la pièce d’Alfred de Musset. Par ailleurs, la quantité même de tes compositions n’est-elle pas monumentale ? Combien de fois t’ai-je entendu dire en plaisantant, y compris en public, que tu avais « trop » écrit ?  Tout comme cette longue composition orchestrale (je te cite encore) éclaire un concept de classification  dans une perspective de collectionneur et de bibliophile, et me pousse à classer par tomes successifs, pour en organiser ensuite la matière, un projet grandiose, dispendieux et définitif.

Que de souvenirs, Sylvano, et que de nostalgie !

« Che speranze, che cori, o Silvia mia ! (Quels espoirs et quels cœurs, ma Silvia !)[1]

            Il fut créé en 1979 à Donaueschingen sous le titre d’Opus Cygne (si on le prononce d’un seul trait on pense à une œuvre russe, de Tchaïkovski, est-ce un hasard ?) ; deux ans auparavant, alors que tu étais directeur artistique du théâtre de la Fenice de Venise (moi je n’étais qu’un enfant accompagné par son grand-père, venu applaudir tes créations, où Rocco dansait magistralement), tu fus frappé par une mélodie simple et gracieuse, Le Ballet d’Isoline  d’André Messager (sur laquelle les danseurs évoluaient pour s’échauffer), que tu orchestras de façon absolument personnelle (inutile ici de rentrer dans les détails) car Opus Cygne allait devenir un ballet.  Le titre était de l’écrivain Pierre Combescot, mais la trame du ballet ne te plaisait pas, « absolument pas » - si tu ne t’en souviens pas, je me permets de te rappeler que tu en parlas précisément en ces termes lors de la conférence de presse à l’université de Venise. Et c’est ainsi qu’Opus Cygne fut relégué au rang de sous-titre. 

Il Catalogo è Questo était né. Il fut joué dans une première version, partielle, de forme tripartite (comme une symphonie baroque), le 29 septembre 1980 dans l’église de Santo Stefano de Venise, dont tu déploras la mauvaise acoustique.  A dire vrai, Il Catalogo aurait dû être donné le jour précédent, mais je me souviens que l’orchestre, adoptant une posture typiquement italienne, fit grève, et que le spectacle fut renvoyé au lendemain. 

Quoi qu’il en soit Il Catalogo è Questo avait déjà son titre définitif et le petit motif de la valse,  précédé des volutes de la flûte de Roberto Fabbriciani, d’un sévère choral de cuivres et d’une cadence d’altos (qui devint ensuite Nudo Disteso pour Augusto Vismara) commençait à danser sous les voûtes trop retentissantes de l’église.

Imperturbable, j’étais assis au premier rang à côté de mon cher grand-père  - tu te rappelles bien de lui, Sylvano, car par la suite une sincère sympathie naquît entre vous, et vous continuâtes à vous voir jusqu’au troisième jour avant sa disparition…Après ce concert  (pardonne-moi si je viens te rappeler une anecdote digne des journaux à scandale), « Rara » en personne, probablement de mauvaise humeur – à l’époque vos rapports n’excédaient guère la cordialité de mise – t’apostropha d’un ton aigre-doux sans se laisser intimider le moins du monde par l’inquiétant frac de peau noire que tu portais : « …mais enfin Sylvano, tu es en train de faire le récital de toi-même ! »

Tu répondis en musicien.

Tu extrapolas les cadences de la flûte et Accademia naquît, pour flûte et pour piano, pour mon plus grand bonheur aussi, car c’est en accompagnant la flûte de Roberto Fabbriciani et la danse de Rocco lors de l’Estate Fiesolana de l’année suivante que je fus intégré à la compagnie Bussottioperaballet.

Mais apparemment (je serais tenté de dire : à la manière proustienne),  la valse de Messager qui ouvrait Opus Cygne voletait autour de toi comme une chauve-souris (opérette qui comprend également une célèbre valse). Un matin de l’automne 1983, à Lugano, tu déposas sur mon pupitre une partition pour piano à jouer pour le soir même. Elle s’intitulait Versione dal Francese et – oh surprise ! – c’était exactement la même que la transcription pour piano de la valse telle que tu l’avais conçue dans le Catalogo, hérissée des mêmes acciacatures, ornée des mêmes appoggiatures, et par instants à moitié cachée par les mêmes séries de douze notes. Ferruccio Busoni aurait pu dire que tu l’avais « désorchestrée ». Mais l’original de Messager était maintenant bien loin, il avait connu une évolution toute darwinienne, devenant beaucoup plus complexe, adaptable aux siècles à venir.   

Des réminiscences encore, et une immense nostalgie. Une exécution magnifique de l’orchestre de Radio-télé Luxembourg en 1985, sous la baguette d’un ami très cher, Massimo De Bernart : génie et démesure ; nous l’avons tous deux perdu à jamais, Sylvano - et permets-moi encore d’évoquer cette soirée, j’en appelle à ton indulgence pour ce regrettable penchant narcissique, car dans la première partie de ce long programme, j’interprétai le monumental Pour clavier qui me valut une recension enthousiaste dans Le Monde et fut mon premier succès international.

Je ne puis parler de toutes les autres fois, malgré mon désir. Mais comment ne pas évoquer la série de morceaux dédiés à Paganini (Paganini e Capricci e Castigo)  et  le dernier concert que donna l’orchestre de la Rai de Milan avant de se dissoudre définitivement, dont personne ne semble se rappeler (car pour la politique italienne - l’ensemble de la politique, Sylvano, l’ensemble, soyons lucides ! - la véritable musique, celle dont Pollini, dans une de ses rares - l’adjectif est de ton goût - apparition à la télévision a dit qu’elle « fait du bien », ne compte pour rien). Je disais donc que les dernières notes jouées par l’orchestre de la Rai de Milan furent justement les notes imaginatives du Catalogo è Questo. Imaginatives. Oui, j’ai bien dit imaginatives. Car écouter ces  interprétations fut pour moi ce plongeon en mer que tu décrivis à propos du mouvement intitulé Derrière la lumière de cette vaste « pulsion symphonique » : « l’intensité de la vague sonore », semblable à « l’explosion aveuglante de la lumière » quand « dans les lames déchaînées d’une mer d’août (…)  la sensation d’être submergé, de suffoquer, de se noyer vous enivrait ».

Dans un état quasi onirique, les partitions placées à côté de moi, j’ai écouté et réécouté les morceaux suivants du Catalogo, non pas en direct hélas, mais un enregistrement fidèle. « Il est inutile d’expliquer », c’est toi qui le dis,  la genèse privée de ces titres et sous-titres, même si pour ceux qui connaissent bien ta musique, les surprises, ici et là, n’ont pas manqué (le poète Sandro Penna… « D’improvviso /balzano –giovani isolotti – i sensi / Soudain/jaillissent - tels de jeunes îlots - les sens »).  Par intermittence, on était soudainement transporté de la forêt de l’orchestre vers une clairière de situations que tu avais déjà peintes dans tes mélodrames ; « j’étais encore si petit », et c’était vrai : cette valse ingénue fut conçue dans les années quarante pour le spectacle Arlechinbatocieria, où la plénitude émouvante de plages de cordes et de cuivres évoquant Mahler ou Berg s’émaillait, par éclats, de la valse de Messager réorchestrée comme quand tu l’inséras (« thème du porteur d’eau »), chantée par une voix blanche, dans l’opéra L’Ispirazione, pour le Maggio Musicale Fiorentino. Je le sais car j’étais moi aussi de la partie, sur scène, m’asseyant alternativement au clavecin et au piano grand concert, continuellement gêné par un énorme chapeau qui m’empêchait de voir le chef d’orchestre.

Impossible, très cher Sylvano, d’écouter ta musique sans avoir de visions, et c’est pourquoi l’élément chorégraphique s’y impose presque toujours en parallèle.  Même à la fin j’ai eu un frisson en réécoutant, ou mieux en revoyant, tandis que peu à peu les voix humaines remplaçaient celles de l’orchestre, les échos, que j’aimerais dire portés par le vent de la nuit, (telle était mon image) des furies de ton Tieste. 

Une musique complexe, riche d’envoûtements, un langage musical original, loin des récupérations (Luigi Dallapiccola avait ce terme en horreur) historiques mais aussi des  dernières modes, si éphémères. Je te laisse la parole : « Nous sommes absolument convaincus de l’incompatibilité totale entre langages morts du passé et syntaxe vivante ».

J’ai voulu écrire tout cela, pour toi, mais aussi pour ceux qui écoutent ces disques.

Dépense inutile, sans doute : Webern soutenait qu’aucune explication ne pourrait jamais remplacer l’expérience vive de l’écoute.  

Mais en tant qu’instrumentiste qui depuis trente ans se consacre à tes partitions, laisse-moi dire que leur interprétation n’est pas seulement une question de technique instrumentale – même si, souvent,  la tâche est ardue – mais une opération éminemment spirituelle où fulgure la ténacité d’une écriture chargée de tout le sens d’une existence.



[1] Citation d’un vers du poème  « A Silvia »  du recueil   I Canti  de Giacomo Leopardi.