Prefazione alla raccolta di Roberto Di Pietro: U.S.A e getta, tributo a Bukowski, Prospettiva editrice, 2004

SARCASMO: lat. sarcasmus, dal greco sarkazein, “mordere la carne”. È l’ironia mordace e mordente, in effetti, la cifra di tutta la poesia di Roberto Di Pietro, giunto alla sua quarta pubblicazione. Solo che qui la carne non viene morsa à belles dents, come usano dire i francesi, ossia con pieno appetito o fame divorante: “Se di voracità si parla/ la mia/ non è proprio/ fame di vita/ piuttosto un ritmato piluccare di piccione”.

Il mondo fuori, il cosiddetto prossimo, l’attualità sono un boccone amaro ruminato lungamente, senza gusto, né soddisfazione, con un unico scopo: ingoiarlo per evacuarlo (il calligramma genesi:0,23 in tal senso è esemplare). Ruminazione e rimuginio, cibo guasto e insipido, meticolosamente sminuzzato e trinciato, come le azioni dell’io poetante/narrante che si ripetono invariate giorno dopo giorno, come i grani tutti uguali di un rosario senza croce, nel ritmo sincopato e meccanico di certi versi. Valga per tutti il componimento Quel che c’è.

In questa poesia dall’oralità spinta al limite, in cui si esprime una meccanica della carne divenuta meccanica del consumo, la fisicità è un travestimento e la corporeità, proclamata a gran voce (corpi, sangue, fegato, cervello, merda), adombra un’impronta intellettuale ed elaborata – vedi i titoli poliglotti o di matrice colta quali Batracomiomachia, De consolatione philosophiae di boeziana memoria, le riflessioni filosofiche di Ragionando con Kafka – e un’amara meditazione sull’esistenza, sconsolatamente espressa nelle metafore (molto organiche, poco umane) con cui l’autore si autoritrae in Nota di credito.

Il tema caro ai poeti di ogni generazione sull’ineluttabilità del destino umano viene qui espresso con l’immagine del tapis roulant: “A che pro:/ camminare/ correre/ saltare/ nuotare/ volare/ superare/ o anche semplicemente/ inciampare,/ se questa terra/ non è altro che un immenso tapis roulant?”

In tutta la poesia di Roberto Di Pietro, il movimento porta fatalmente all’inorganico. Il luogo della vita è la stasi, l’esitazione, la pausa. La salvezza sta nel trattenere. Non c’è “avanti” né “indietro”: non è un caso che in tutta la raccolta non vi sia una sola occorrenza di tali termini, né che il tempo verbale dominante sia il presente.

Il presente è la soluzione di questa ricerca poetica: è su questo tempo che si innesta e muove i suoi passi salvifici la Poesia, unico bene autentico e assoluto (neanche l’amore, “valore aggiunto”, lo è), non merce di scambio né materiale di consumo, ma poesia-aria, poesia-respiro, donatrice di senso e di eternità, capace di fermare, seppur per un istante, ma istante infinito, l’inevitabile.

(“Una buona poesia sospende/
persino/
l’irrevocabile processo)

T.C.